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Sabato sera.
Mi sono appena messo a letto e sto pensando che è passata una settimana dal mio ultimo attacco di panico. Non piango già da diversi giorni. Sono solo e il letto è vuoto. Mi rannicchio per non rischiare di sentire quanto sia realmente vuoto, come le lenzuola siano uno spreco di stoffa per più di metà della loro estensione. Dormirò stanotte? La mia testa smetterà di spremere come chicchi di caffè pensieri e ricordi e colpe e rimpianti e dolori?
Quanto è profonda la solitudine?

Shutdown

Per me potete chiudere pure tutto.
Chiudere i tramonti e le albe dentro una scatola, togliete i petali alle rose, prosciugate i mari, spegnete il sole, inquinate l’aria, svuotate le persone dell’anima, abbassate il sipario.
Per me potete chiudere pure tutto.
Perché tramonti, albe, rose, mari, soli, aria, persone… non significano più niente se non posso condividerli con lei. Sono solo parole in biglietti dentro cioccolatini.

Suspended

È tutto sospeso a casa mia. Da quando se ne è andata.
Novembre. È passato già così tanto tempo.
Non ho più mangiato sulla tavola che ha accolto il nostro ultimo pasto.
Non ho ancora buttato il bicchierino di plastica da caffè contenente le cicche delle sue sigarette. È ancora lì, a terra, dietro la poltrona dell’Ikea.
La sua spugna è ancora sospesa a un gancio dentro la doccia.
Sto cucinando. Oggi pranzerò sulla poltrona, con il piatto in grembo che prenderà il suo posto di quando si sedeva sulle mie gambe.
Sospeso. Immobile. Senza tempo. Come le lancette di un orologio dalla batteria scarica.
Sono le 12:38. Mi manca.