Shower

Domenica sera, ore 19:53. 
Sto andando a farmi la doccia, ma cerco scuse per procrastinare questa incombenza perché la maggior parte dei miei attacchi di panico comincia dentro le quattro pareti mattonellate del bagno. 
E se accadesse di nuovo? Chi potrei chiamare? Non certo la mia famiglia, che sebbene mi sappia in casa da ieri mattina, senza essere mai uscito, non si sono disturbati di chiedersi cosa mi stesse succedendo. 
Non so nemmeno che cavolo le scrivo a fare queste cose che possono leggere solo persone a me sconosciute. Ma forse è una fortuna che non mi conosciate, sono certo che, altrimenti, pensereste che mi sto autocommiserando, dimostrando così di non conoscermi affatto. Non so nemmeno cosa cavolo ci sto ancora a fare qui. Seduto su uno sgabello di legno del bagno a guardare l’ombra di me stesso allo specchio, coi tamburi della musica che sto ascoltando che stanno andando di pari passo coi battiti accelerati del mio cuore, la spugna rosa ancora appesa, l’asciugamano violetto abbracciato al termosifone. Non so nemmeno cosa cavolo ce l’ho affare un cuore se non riesce a sintonizzarsi con quello delle persone a me care, anzi, sembra quasi che il suo tamburellare le allontani. Le spaventi. 
Sono le 20:07 e non sono pronto a un’altra nottata insonne e tormentata, a un lunedì lavorativo, a un futuro non condiviso. 
Le 20:16, è l’ora della doccia. 

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