Heroes

“I miei capelli si sono ingrigiti, gli ex compagni di scuola si sono allontanati, alcuni di loro divorziati e altri quasi innamorati – dicono – e pochi di loro hanno figli.
Ho sognato Emma il giorno dopo che mi sono innamorato per la prima volta. Si chiamava Teresa, beh, si chiama ancora e adesso è sposata e ha un figlio. Che bello sapere che il tuo primo amore vive una vita d’amore.
Ricordo che le chiesi di mettersi con me nel corridoio della palestra. Sapevo che funzionava così, ma mica lo sapevo davvero come funzionava.
Fu dopo il nostro primo bacio che sognai Emma. Perché sapevo che avrei voluto una figlia, in futuro. Per quanto il primo amore scombussoli più di un giro sulla giostra dopo una matriciana e ti faccia immaginare il futuro con l’oggetto del tuo sentimento, ero consapevole che non sarebbe stato con Teresa che avrei avuto una famiglia. Cavolo, avevo solo tredici anni, cosa ne potevo sapere del futuro.
Poi Emma arriva, per davvero, e la vedo uscire da mia moglie, tossire fuori l’oscurità e nutrirsi d’aria dopo quasi dieci giorni di ritardo. La dottoressa la adagia sul petto di mia moglie, taglia il cordone ed è così che da due diventammo tre, in un attimo.
E allora quando la domenica c’è il sole e la porto sulla Terrazza a camminare e la rincorro tra la gente… quando la aspetto a qualche metro di distanza e le dico di venire verso di me, con le braccia larghe che a malapena potrebbero contenere l’amore che provo per lei… penso che ho passato la vita cercando di essere perfetto per gli altri, perché credevo che solo in quel modo avrei avuto il loro amore. Adesso, come padre di Emma, grazie a Emma, ho capito che la mia ricerca della perfezione era destinata a lei. Non perché mi amasse. Ma perché una figlia ha bisogno della versione più perfetta di un genitore, ha bisogno di qualcosa che si avvicini il più possibile a un eroe. E mica è facile essere eroi.”

Nadia

Piove da stanotte, qui. Domani si riparte. Difficile lasciarli. Impossibile spiegare. Faticoso esprimere ciò che questi occhi di piccola donna mi hanno lasciato dentro.
Nadia, ho fatto la lezione con te, abbiamo giocato insieme, corso letteralmente a perdifiato (il mio), ci siamo scambiati tanti baci e abbracci genuini, hai suonato una musica meravigliosa nel mio cuore che non ho intenzione di chetare, ho visto la tua casa, accarezzato i tuoi capelli, mi sono nutrito della profondità del tuo sorriso, hai ricambiato le mie linguacce, sconquassato la mia vita, preso a calci il mio egoismo, sminuito il mio altruismo, sollevato il mio sguardo, mi hai svuotato delle assurdità che chiamavo “problemi”.
Tu lotti per molto, ma non dovrai mai sgomitare nel mio petto per avere un posto dentro di me. Ci vediamo presto!

Miracle 

Finalmente sono a Sighet, da mercoledì sera.
Arrivare al centro di accoglienza dall’aeroporto è stato difficile, stancante, tre ore e mezzo di macchina su strade dissestate, senza illuminazione, lande isolate e tipiche della Transilvania. Finalmente oggi c’è stato l’incontro coi bambini ed è difficile per me descrivere quanto sia stato bello. Bello. So dire solo questo e solitamente riesco a trovare più di un aggettivo per descrivere una cosa che mi fa stare bene, ma stare con loro un pomeriggio, giocare in cortile, tra altalena e scivoli e corse e dopo averli presi in braccio a due o tre per volta, fatti divertire come matti, essermi divertito come un matto, servito il pranzo, aiutati a fare i compiti, ricevuto baci e abbracci come mai mi era successo prima d’ora, visto i loro occhi spalancarsi alla vista dei miei tatuaggi sulle braccia e salutati (per oggi), ho provato cose di cui non ero più a conoscenza, mi hanno avvolto come un asciugamano caldo, me sconosciuto, e considerato loro fratello. Loro padre. Loro amico. Ecco che ho ricordato cosa significhi sentirsi amati.
Ma il pomeriggio, stanco morto, non più abituato a correre per ore, ruzzolando inciampando sull’erba come un bambino al loro pari, dopo aver colorato con loro orsi e conigli su fogli prestampati dalle suore, quando avrei voluto stendermi per riprendere fiato… siamo andati a portare dei regali in neonatologia ed ecco, lì, proprio lì, in una stanza ospitante due mamme in un ospedale lontanamente somigliante al nostro con solo tre piccoli appena nati, ecco, proprio lì, una mamma esausta dal parto di quella mattina mi permette di tenere in braccio suo figlio. Dopo un breve e inaspettto momento di panico ho ricordato tutte le volte che ho tenuto in braccio mia sorella e mia nipote, pronto a sostenergli la testa e ad accogliere il suo minuscolo corpicino tra le mie braccia, pronto a sentire il suo calore tra le mie mani. Avrei voluto lasciarlo? Macché, avrei voluto tenerlo in braccio per tutto il giorno, lasciarlo a sua madre solo per la poppata di turno, bearmi di tale assoluta magnificante pura innocenza. Avvicinarlo, magari, al mio petto, sentire il suo respiro sul mio collo e accostare la mia guancia alla sua, sentire i suoi primi capelli tra le mie dita. Avrei voluto essere padre, ecco. Lì, in quell’istante durato troppo poco, prima di riconsegnarlo a sua madre con la cura che si ha per un oggetto inestimabile, lì ho avvertito una profonda solitudine derivante dalla sua mancanza. Di lei. Che fa scompigliare i miei pensieri. Non so perché sia successo proprio in quel momento, o forse sì, ma è successo.
Sono le 00:53 qui, un’ora avanti rispetto all’Italia. Probabilmente non dormirò, mi rigirerò continuamente nel letto insonne per ore ed esausto tornerò dai quei bambini, domani. E mi sentirò di nuovo solo, e a tratti anche miseramente triste, senza lei, che nemmeno lo sa, che non rivedrò mai più, ma almeno potrò riabbracciare loro e sentirli un po’ anche figli miei.