Delorean

“Chi non ti vuole non ti merita.”

Mi sono sentito ripetere spesso questa frase, soprattutto dalla nonna o dalle sorelle che, in quanto a imparzialità, non sono poi così attendibili. 😃
Ma non mi è mai piaciuta questa espressione, perché presuppone che io o quelli come me – che se la sono sentita ripetere dopo ogni rottura o allontanamento altrui – abbiamo un valore intrinseco che andrebbe apprezzato a prescindere.
Un valore aggiunto rispetto ad altri, un essere superiori e quindi degni di essere scelti piuttosto di.
E chi non lo fa, chi non ci sceglie e si allontana, è stupido e non si merita di condividere la sua vita con noi.
Ma potrei non essere una bella persona o semplicemente non essere quella giusta per l’altro, non sarebbe quindi giustificato l’allontanamento?
Io non sono superiore ad altri e quindi, come tutti noi, non merito di essere scelto se non quando, e soltanto quando, anch’io scelgo a mia volta. In amore. In amicizia. In qualsiasi tipo di relazione.
Ma se c’è una cosa che merito, sopra ogni cosa, è il rispetto dell’altro così come gli altri meritano il mio. Su questo nessuno di noi dovrebbe mai transigere.
E il rispetto è figlio della consapevolezza di sé, della maturità, del potersi chiamare adulti esseri umani.
Senza rispetto verso noi stessi non saremo mai adulti, senza rispetto verso gli altri continueremo a ferire. Continuando a ferire resteremo soli e non ci sarà nessuna Delorean a riportarci indietro per rimediare ai nostri errori, per riprendere ciò che abbiamo perso.

Soup 

“È così che funziona l’amore. Finché va bene, è una magia continua. Ma quando le cose si mettono male, diventa peggio che se ti pisciassero nella minestra.”

Joe R. Lansdale, “Honky Tonk Samurai”

Orange 


Si può non star male senza l’unica persona che ci può far star bene?
Si può rimanere ad aspettarla (magari invano) digerendo giorni monocromatici oltre il baratro delle persiane?
Si può sopravvivere all’infernale malessere della gente che neanche sente?
Non lo so, ma ci si può provare.
Sono le 19:56 e il cielo versa sangue arancione.

Mad 

“…a me non piaceva soffrire. Non volevo più neanche un briciolo di sofferenza. Ero davvero stanco di soffrire. Ho sempre sentito che solo con una goccia in più di quella sofferenza avrei sbroccato e sarei stato rinchiuso in manicomio, e non volevo essere rinchiuso in quel posto…”

Charles Bukowski

Mom 

Sono appena rientrato a casa. Ho pranzato al ristorante in occasione del compleanno di mia madre. Domani compie 61 anni. 
Mi rendo conto che sto considerando questo blog come fosse un diario. Non ho mai avuto un diario e scopro solo ora il potere terapeutico delle parole. O almeno spero che col tempo acquisiscano quel potere. 
La famiglia riunita con nipote e ragazzo di mia sorella minore. 
Ho chiesto a mia nipote di sedersi accanto a me, a mitigare, insieme al prosecco, al Morellino di Scansano e al Moscato, i miei pensieri. Nei momenti bui lei è sempre la mia ancora, il porto al quale rimetto la mia salvezza. 
Durante il pasto la accarezzavo, le mettevo i capelli dietro le orecchie per evitare che finissero nel piatto (piatti, plurale, due) di tortelli che tanto adora, le dicevo quanto le volevo bene, la baciavo, la guardavo meravigliato. Ha undici anni e ho paura di perderla e so che accadrà presto. Non sono un amante del vino rosso, mi piace bere in quantità e col vino colorato ho livelli piuttosto bassi di tolleranza. Ma riponevo in quel succo d’uva la scialuppa di salvataggio per quel pranzo che mi stava uccidendo. Falsi sorrisi, parole misurate, credo di aver detto in totale venti/trenta parole in due ore. E mi dispiace sia andata così, proprio per il compleanno di mia madre. Ma tant’è!
Dopo il dolce ho chiesto a mia nipote di sedersi sulle mie ginocchia. L’ho stretta forte a me, ho posato la mia testa sulle sue spalle di quasi donna, ho chiuso gli occhi e ho pianto. Un pianto soffocato dalla circostanza, le lacrime contratte e il nodo allo stomaco circoscritto. Nessuno se ne è accorto ma in quel momento le ho chiesto di salvarmi, con quell’abbraccio ho domandato ristoro e pietà. Per quei pochi minuti che l’ho tenuta in braccio ha saputo silenziare il mio dolore, quello della perdita di quel qualcosa che capita una volta e poi si è costretti a cercarlo (inutilmente, stupidamente) per tutta la vita. La mia psicologa mi ha detto che dovrò lottare molto per ritrovare la pace e la cosa mi terrorizza a morte. 
Adesso è l’ora del divano, bramo un pomeriggio addormentato e che la sera arrivi presto. E che la notte sia clemente. Prego il mio dio di farmi superare anche questo giorno.