Alive!

Sono appena tornato da Firenze, dal secondo concerto di Masini di questo 2016 dopo quello di dieci giorni fa a Montecatini. A parte alcuni momenti nostalgici legati a canzoni degli anni ’90 che mi ricordano momenti piacevoli, altri un po’ meno, mi porto nel sonno un verso di una canzone a me molto cara che dice: “Quante volte dovrò morire per sentirmi ancora vivo”.
Oggi, dopo tutto quello che ho passato negli ultimi quattro mesi, dopo decine di attacchi di panico, ansie insormontabili (apparentemente), dolori lancinanti (fisici ed emotivi), dopo aver perso qualcosa (e qualcuno) che non potrò mai più sostituire (no, non posso!), oggi posso contare di essere morto tante volte in 36 anni e potrò morire altrettante volte in futuro, spingetemi pure giù dalle scale o verso un dirupo, ma non smetterò mai di rialzarmi e sentirmi ancora vivo. 

Reborn?

Sono passate due settimane dal mio ultimo attacco di panico e gran merito devo darlo a medicine e terapia. E ai bambini. 
Non ho ancora ricominciato a scrivere e sembra che riesca a mettere giù parole solo quando non sto bene. La cosa mi preoccupa. Come se riuscissi a contattarmi solo in momenti di angoscia. 
Ormai ci avviciniamo a grandi passi verso l’estate e mi allontano drasticamente dal periodo più bello della mia vita, ormai figlio dei ricordi, vittima dei rimpianti. La cosa mi fa paura. 
Da pochi giorni sono tornato a mangiare al tavolo di legno massello della mia cucina. Verdura, cereali, pizza. Dolci. A guardare la televisione, nel mentre. Non lo facevo da novembre, da quando la presenza costante e giornaliera dei miei pensieri ha lasciato fisicamente questa casa e quel tavolo pesante, pregno della meraviglia di quegli ultimi giorni passati insieme. 
Sono le 19:29 e non so se davvero sto ritrovando la pace o se, semplicemente, mi sto illudendo di poter fare a meno del tormento. 
Le 19:30 e mi manca come la prima volta che sono andato a letto senza di lei. 

Goodbye

Sono appena tornato dall’ospedale. Un altro attacco di panico, il più forte che ho avuto finora. Mentre ero lì sdraiato, su quel lettino logoro di malati e ammalati di vita, in quello che è stato l’ultimo attacco di panico che ho intenzione di avere, consapevole che non ci sarà una prossima volta, mentre ero lì, con nessuno ad aspettarmi fuori nella sala di aspetto, lì, nelle mani del medico di turno e dell’infermiera gentile dai capelli castani e gli occhi stanchi, non appena la fiala di calmante ha fatto effetto, ho realizzato. Ho capito che…
Il poco tempo passato con lei è stata la cosa migliore che mi sia capitata in trentasei anni.
Il poco tempo passato con lei è stata la cosa migliore che potrebbe mai capitare a un uomo.
Il poco tempo passato con lei è stato migliore di qualsiasi altra cosa abbia vissuto con altre prima di lei.
Dovrà pur contare qualcosa.
So che non leggerà mai queste parole, so che per lei il mio “se non ci metti troppo, ti aspetterò per tutta la vita” non ha significato, so che il titolo di questo articolo dice già tutto, ma comunque…
Grazie!

Back

Ecco che è tornato, l’attacco di panico. Sapevo che oggi sarebbe successo, speravo di cavarmela ma… fare due passi, ascoltare musica, andarmene a casa e tutte le altre cose che sono solito fare in questi casi non hanno funzionato. Domani devo partire, farmi due ore di macchina, prendere un aereo e indossare un sorriso e l’unica cosa che riesco a fare è respirare con affanno.
Passerà anche questo.
Mi sto sgretolando e non ho la più pallida idea di come ricompormi, se ci riuscirò mai. 
Spero solo di non dover tornare.
But, anyway, who cares?

Shower

Domenica sera, ore 19:53. 
Sto andando a farmi la doccia, ma cerco scuse per procrastinare questa incombenza perché la maggior parte dei miei attacchi di panico comincia dentro le quattro pareti mattonellate del bagno. 
E se accadesse di nuovo? Chi potrei chiamare? Non certo la mia famiglia, che sebbene mi sappia in casa da ieri mattina, senza essere mai uscito, non si sono disturbati di chiedersi cosa mi stesse succedendo. 
Non so nemmeno che cavolo le scrivo a fare queste cose che possono leggere solo persone a me sconosciute. Ma forse è una fortuna che non mi conosciate, sono certo che, altrimenti, pensereste che mi sto autocommiserando, dimostrando così di non conoscermi affatto. Non so nemmeno cosa cavolo ci sto ancora a fare qui. Seduto su uno sgabello di legno del bagno a guardare l’ombra di me stesso allo specchio, coi tamburi della musica che sto ascoltando che stanno andando di pari passo coi battiti accelerati del mio cuore, la spugna rosa ancora appesa, l’asciugamano violetto abbracciato al termosifone. Non so nemmeno cosa cavolo ce l’ho affare un cuore se non riesce a sintonizzarsi con quello delle persone a me care, anzi, sembra quasi che il suo tamburellare le allontani. Le spaventi. 
Sono le 20:07 e non sono pronto a un’altra nottata insonne e tormentata, a un lunedì lavorativo, a un futuro non condiviso. 
Le 20:16, è l’ora della doccia.